Quella lettera agli Ordini senza risposta

Siamo un folto gruppo di più di 300 psicologi, iscritti ad Ordini regionali di tutta Italia. Interrogandoci sul discutibile obbligo vaccinale abbiamo chiesto ai nostri Ordini come conciliare l’imposizione dell’obbligatorietà prescritta dal Governo, con la nostra etica e le disposizioni deontologiche inerenti la professione.

L’inaspettata indifferenza mostrata dai nostri rappresentanti istituzionali, attraverso la mancata risposta agli interrogativi cui li abbiamo sottoposti, sembra evidenziare una forte incoerenza con il ruolo che ricoprono.

Giunti a questo epilogo, sospeso in una mancata risposta, siamo pronti a rendere pubblico questo nostro documento, affinché possa trovare interlocutori e attivare confronti. Ci auguriamo soprattutto di coinvolgere i colleghi in una profonda riflessione sulla libertà degli individui di scegliere e autodeterminarsi e sul nostro ruolo di psicologi, deontologicamente definito, sempre e comunque nel rispetto delle autonomie individuali.

Ecco la nostra lettera agli Ordini:

Il presente comunicato, che porta la firma di 326 colleghi psicologi, ha la finalità di portare formalmente alla Vostra attenzione alcune riflessioni che questi colleghi hanno sviluppato relativamente al ruolo della nostra, e Vostra, professione in riferimento a quanto disposto con il recente DL 44/2021.
La premessa, doverosa, è che ci appare evidente che i Presidenti degli Ordini non avrebbero potuto fare altrimenti, se non adeguarsi al decreto legge, così come è intuitivo che sia, e così come, ove servisse, è anche precisato in una pronuncia del T.A.R. del Lazio (n. 13020/2015), in cui ci si riferisce agli Ordini in qualità di “(…) Ente pubblico – l’Ordine – che vigila e governa tale comunità alla luce delle norme dello Stato e attraverso uno specifico Codice Deontologico”).
Ci appare altrettanto evidente, tuttavia, che i Presidenti, in qualità di rappresentanti ufficiali della categoria professionale e della professione stessa, avrebbero potuto assumere posizioni non certo contrarie al DL, tuttavia rispettose dei loro iscritti e delle loro istanze, tutte, ma anche e soprattutto del Codice Deontologico, evidenziando, così come a breve andremo a fare, come il decreto legge summenzionato lo violi e costringa tutti i professionisti psicologi a violarlo.
È la citata sentenza della giustizia amministrativa della Regione Lazio, infatti, a sottolineare come “il disagio psichico sia un’area di competenza della figura professionale dello psicologo, la cui attività professionale non si concretizza soltanto nella sfera della psicopatologia, ma anche e soprattutto nella sfera del benessere psicologico di individui, gruppi e comunità in tutti i contesti ove interviene” (p. 77 – Il nuovo codice deontologico degli psicologi, Giuffrè Editore, 2018).
È a questo che ci sentiamo chiamati. È a questo che ci chiama il nostro Codice Dentologico.
È da questo che partiamo per sostenere – e non potremmo fare altrimenti in qualità di professionisti psicologi – l’importanza della tutela delle libere scelte, dell’autodeterminazione e dell’autonomia dell’individuo.
Partiamo dal nostro Codice Deontologico, la nostra bussola orientativa, e dal suo art. 4, che ci impone di rispettare la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione, e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle nostre prestazioni, rispettando opinioni e credenze, astenendoci dall’imporre il nostro sistema di valori, senza operare discriminazioni.
Sappiamo che la condotta prevista dall’art. 4 C.D., così come ben ricordato dalla Decisione del 13.1.2011 dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (confermata con provvedimento del Tribunale di Milano, Sez. V Civile, Sent. n. 2169/2012) “deve illuminare tutto l’operato dello psicologo, il quale deve prestare particolare attenzione al rischio, insito in una professione d’aiuto quale quella psicologica, di ergersi a
giudice del destino altrui e lasciare che le proprie convinzioni ed i propri vissuti emotivi lo condizionino fino a spingerlo a decidere chi, come e “quanto” curare
”.
Ci sembra francamente ridondante citare in questo contesto gli articoli del Codice Deontologico, considerato che i destinatari ne applicano le norme in qualità di colleghi e ne rappresentano formalmente i garanti in qualità di Presidenti degli Ordini.
Ci sembra tuttavia importante farlo, se ciò può riportarci su una strada che, oggi, ci sembra smarrita: la strada intrapresa decidendo di esercitare questa professione, in osservanza di quella legge del 1989 che ci ha permesso di esistere e che ha definito i limiti, o meglio gli ambiti, del nostro lavoro: persona, gruppo, organismi sociali, comunità. Non possiamo pertanto esimerci dal proporre una riflessione relativa a quanto sta accadendo, sentendo l’esigenza professionale e il richiamo deontologico di ridefinirlo in riferimento agli ambiti del nostro operare.
Ci sembra doveroso interrogarci su come una coercizione, perché di questo si tratta, impatti sulla vita dei singoli e delle comunità e lo facciamo partendo dal presupposto che qualunque coercizione è in contrasto con i nostri principi deontologici summenzionati, che prevedono l’accettazione e l’inclusione incondizionata.

Perché?
Perché la coercizione, l’imposizione, la negazione di una dialettica, creano disagio.
Perché sappiamo che un trattamento imposto in maniera coercitiva determina resistenze, che a loro volta abbassano la possibilità di una serena adesione al trattamento stesso.
Non possiamo non considerare, come psicologi, l’impatto che tale coercizione ha sulla salute pubblica e sul benessere psicofisico, e sulle conseguenze che determina, a livello personale e professionale. Sono rischi che rientrano a pieno titolo in quel rapporto con i benefici di cui oggi si sente tanto parlare.
Sono molti i colleghi sanitari che in questi giorni hanno manifestato sintomatologie reattive, anche invalidanti. Sono molti quelli che non riescono più a mantenere concentrazione sul posto di lavoro.
Sono molti quelli che si chiedono come potranno gestire una relazione di cura all’interno della quale si sarà insinuato un presupposto insanabile: salvaguardare e spronare l’autodeterminazione di un paziente quando il curante stesso ha agito in contrasto con essa.
E ancora: come sarà possibile tutelare la fiducia di un rapporto con il curante, sapendo che è stato costretto a una decisione contraria al suo diritto di autodeterminazione per poter essere ammesso allo svolgimento del suo lavoro? Come si porrà nei confronti della sua attività lavorativa?
Siamo psicologi. È deontologicamente obbligatorio per noi porci simili interrogativi e stimolare il pensiero critico su questi temi.
Non possiamo pensare di ritrovarci, un domani, accusati di aver mancato a una simile riflessione, necessaria, doverosa, deontologicamente insopprimibile, dovuta alla comunità e alla collettività.
Auspicavamo che i Presidenti destinatari di questo scritto avrebbero veicolato questi messaggi, ponendosi in ottica critica non già rispetto al DL 44/2021, quanto piuttosto rispetto alle conseguenze della normativa, ponendosi in dimensione consulenziale e supportiva in una decisione così complessa, con tali e tanti fattori in gioco.
Ci troviamo quindi a doverci misurare con qualcosa che, per sua natura, contrasta con i principi che sono la guida del nostro agire.
Ci troviamo ad essere sottoposti a qualcosa che è in contrasto con la nostra forma mentis professionale. Ci troviamo a prendere atto del silenzio dei nostri rappresentanti su temi così intimamente connessi al nostro mandato professionale. Ci troviamo, parallelamente, ad ascoltare messaggi istituzionali che non sentiamo appartenerci, a leggere dichiarazioni che non ci rappresentano, a vederci attribuiti pensieri e vissuti che non corrispondono ai nostri.
Siamo psicologi. Ci rivolgiamo a voi in quanto “l’Ordine di appartenenza (…) è lo strumento istituzionale al quale l’iscritto può, e deve, ricorrere laddove egli debba operare in assenza di condizioni di lavoro che permettano il rispetto delle regole del presente Codice” (p. 63 – ibidem).
Abbiamo bisogno di ristabilire, con i destinatari di questo comunicato, una dimensione dialettica da cui oggi ci sentiamo estromessi, e che auspichiamo possa ricostituirsi in nome di quei principi fondanti la nostra professione che devono, senza deroghe, ispirare le nostre condotte.
È ancora tempo per chiedervi di accogliere quanto espresso in questa comunicazione e valorizzare davvero il contributo che la Psicologia può dare alla società e alle scelte che il governo si appresta a compiere.
Crediamo che l’obiettivo dei nostri rappresentanti possa essere quello di valorizzare la nostra professione, portando il punto di vista della nostra deontologia ai tavoli istituzionali.
La voce della Psicologia, disciplina sanitaria, può offrire un punto di vista differente e complementare alle altre visioni sulla gestione dell’emergenza socio-sanitaria.
Confidiamo che possa essere utile per i legislatori ascoltare tutte le parti in causa, che saranno in grado di fare sentire la loro voce autentica e deontologicamente ispirata, per trarre il meglio da ciascuna di esse, per il fine unico e comune: il bene della nostra comunità.

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