Doppio legame e Faust: il paradosso e la vendita dell’anima

Il governo e i suoi consulenti adottano la strategia di obbligarci a subire la sperimentazione genica, ma …formalmente… risulta che siamo noi a richiederla. Questo è uno dei tanti “imbrogli”. La chiamano però con un nome “buono”, alterando la percezione della realtà e facendola diventare un’induzione ipnotica, che agisce su molti canali percettivi e che è una specie di “mantram”. Sono manipolatori. Anche manipolatori del linguaggio. 
Il risultato è creare quello che la psichiatria chiama “doppio legame“, nel campo della psicosi: io ti dico che tu sei libero di fare ciò che vuoi, non ciò che piace a me. Però il “fare ciò che vuoi” deve sottostare dentro le regole che io stabilisco. E…quando tu fai ciò che vuoi, ma non ciò che io ho deciso che tu debba fare… io ti punisco. Ma non ti sto dicendo che ti punisco, ti sto dicendo che continui ad essere libero ma “socialmente cattivo”, inducendo senso di colpa e una forma di dissociazione. Perché tu ti sentiresti “buono” ma invece sei dichiarato e percepito (anche dagli altri ormai “ipnotizzati”) come “cattivo”. Questa dissonanza cognitiva può generare disequilibrio e perdita di fiducia nelle proprie percezioni.
L’inganno linguistico del Governo e dei suoi vari “tecnici” che agiscono nell’ombra (il male usa muoversi nell’ombra) ha su di noi effetti psicologici.  Dobbiamo trovare un modo per smascherare ed affrontare questa “trappola psicotica”, ridefinendo il linguaggio, dando una rilettura dei fatti e ripristinando un senso vero di realtà. In questo senso è importante la decodificazione di ciò che avviene, il confronto e la diffusione di idee.

Gli Psicologi hanno un ruolo molto importante in questo momento.  Il pensiero logico è assolutamente determinante per mantenere un equilibrio mentale, così come il pensiero astrattivo, che vede le cose come dall’alto (il cosiddetto “volo dell’aquila”) e coglie i processi da una visione esterna. L’osservatore esterno prova a ricercare una neutralità, che non lo vede parte del processo osservato, perché lo guarda con una distanza emotiva. Per guardare qualcosa e per prendere maggiore coscienza può essere necessario allontanarsi e sospendere il giudizio.

Possiamo vedere quanto questo “pass” muova verso una regressione all’infanzia: sono “bravi bambini” quelli che si affidano ad un genitore “buono” – il Governo – e ubbidiscono ai suoi dettami. Ma si tratta, in realtà, di una regressione infantile o di un mancato ingresso nell’età adulta, fatta di coscienza e autodeterminazione. Questo mancato ingresso salvaguarda illusoriamente dalla fatica della responsabilità e dal pericolo di sbagliare.

Quanto è stato stabilito rimanda anche al “Faust” di Goethe: si chiede a Faust (i cittadini) di vendere la sua anima in nome di beni materiali velleitari. Ristoranti, concerti, viaggi, eventi sportivi.   Con un altro paradosso, alcuni sono veri e propri “nutrimenti per l’anima”: ingressi ai musei, ai concerti, agli spettacoli. Ed ecco un altro doppio legame: mi vendi l’anima sennò te la uccido, perché te ne tolgo il nutrimento. Ma se me la vendi (ubbidendo) vuol dire che è già morta.

Hanno dato una connotazione etica alla scelta di farsi inoculare questo siero, cioè alla scelta di ubbidire, che è una nascosta richiesta di non pensare e di vendersi per beni materiali.
Anche chiamarlo “verde” è un imbroglio, perché di verde (come colore legato all’ecologia) non ha niente. Rudolf Steiner – il fondatore dell’antroposofia, ovvero di una scienza spirituale che ha applicazioni anche in psicologia – è molto rassicurante a riguardo: dice che per contrastare il male basta “riconoscerlo e nominarlo” e così si depotenzia.  Quindi: diamo noi il nome corretto ai processi in corso, il nome che sappiamo “vero”. Riconosciuto, nominato e così smascherato, togliamo potere al male.
I vari “Faust”, col pass, vendono se stessi a Mefistofele, senza saperlo. Ma basta vedere come va a finire il Faust…e si trova speranza.

Dott.ssa Elisabetta Munaro
Psicologa clinica e Psicoterapeuta – Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia P.L.S.D

Il potere dell’invisibile e la rinuncia alle proprie responsabilità

Estrapoliamo alcuni estratti del discorso del collega Paolo Garello, sociologo e psicologo clinico, al NO PAURA DAY di Cuneo (30 giugno 2021), per riflettere:

IO SONO VENUTO A PARLARVI DEL NULLA.

Voglio dimostrarvi che l’invisibile determina le nostre vite molto di più di quello che noi possiamo vedere o toccare con mano. Infatti, il 99,9% dell’umanità non ha mai visto un virus e non lo vedrà mai (…).

Perché l’invisibile è così determinante per noi?

Perché è sempre stato utilizzato come strumento di gestione delle masse, dei popoli. (…). Il prete, il sacerdote, lo sciamano, vi dirà che lui vede ciò che c’è nell’invisibile e ve lo traduce. Quale garanzia abbiamo noi che la sua traduzione sia corretta? Praticamente nessuna. La stessa cosa vale per quello che sta succedendo con la pandemia. Ci viene chiesto di fidarci degli specialisti e quali specialisti. Dobbiamo riconoscere che in questo abbiamo una responsabilità personale, perché fidarsi è comodo (…).

A ognuno di noi tocca la fatica di concentrarci sul problema che ci viene posto e tentare una soluzione razionale. La razionalità ce l’abbiamo tutti. Nel momento in cui si cominciano a vedere delle gravissime discrepanze nella logica che ci viene proposta, questo dovrebbe perlomeno insidiare una forma di diffidenza (…)”.

“In realtà, questo è un gioco a renderci tutti spossessati di noi stessi, irresponsabili, infantili.

Utilizzando un concetto molto antico, per quanto riguarda l’aspetto dell’invisibile, continuano a dirci che noi non possiamo fidarci di noi stessi, non possiamo fidarci di madre natura. Perché madre natura ci tradisce, è capricciosa, quindi ci colpisce alle spalle con un virus. Chiunque osservi con attenzione madre natura, come si comporta, si renderà conto che è ordinatissima nella sua straordinaria fantasia. Segue delle regole che riescono mantenere in piedi l’universo, la terra, la natura, noi stessi, le operazioni chimiche, biologiche, elettriche, elettromagnetiche che accadono dentro di noi, in ogni istante, sono miliardi per secondo, e normalmente (madre natura) non si sbaglia”.

“..un gioco a mettere noi stessi nella paura di noi stessi.

Non solo è sospesa la Costituzione e quindi la dialettica democratica, con le istituzioni e anche tra di noi. Hanno creato un campo da calcio dove ci sono due squadre e ognuna deve eliminare l’avversario. In termini psicologici, noi siamo già in guerra civile, perché la violenza dialettica istigata nella comunicazione sociale è inaccettabile e diseducativa.

Io non voglio essere creduto, io voglio che le persone si responsabilizzino. Fa fatica (…)”.

“Da psicologo ci tengo a dirvi che esistono due forme di identità, che teoricamente non dovrebbero nemmeno essere in conflitto una con l’altra. La prima identità, la più profonda, è quella con la quale nasciamo. Dopo di ché veniamo educati. Il ché vuol dire, facendo una grossolana generalizzazione: essere addestrati a corrispondere alle regole che gli adulti prima di noi hanno deciso e sulle quali sono convenuti. Se questo è fatto bene, viene fatto in maniera tale da rispettare l’identità naturale e non violentarla. Altrimenti si può arrivare a perdere l’identità di partenza, fino a diventare schiavi di un sistema: così, non sono più intimo a me; entro in un meccanismo per il quale, se non sono riconosciuto da una sufficiente fetta della società, mi sento di non esserci, di non essere nulla. Questa è follia”.

“Io non posso incontrare nessun essere umano sul piano meramente culturale. Ci possiamo esser simpatici per le idee che coltiviamo o per le cose che facciamo ma l’intimità vera nasce soltanto nel momento in cui io riconosco la prima identità naturale di cui l’altra persona è portatrice. Quello è il valore massimo”.

“Nel momento in cui vado dal meccanico, ciò che lui sà per me è invisibile. Se scelgo un dentista, ciò che lui farà e saprà per me è invisibile. E via dicendo. Quindi, è chiaro che l’invisibile può essere gestito in maniera onesta o disonesta (…)”.

“Il mio vuole essere un invito ad approfittare di quello che ci stanno facendo, per rilanciare la volontà di uno stare insieme in società veramente costruttivo“.

“Ci sono delle società, purtroppo molto marginalizzate, che hanno dimostrato di potersi organizzare in maniera non conflittuale. Queste società, in ambito antropologico, vengono definite non schismogeniche: questo significa che, quando si crea un conflitto all’interno della società, le persone non vanno mai in escalation, perché sono sempre pronte a modificare le regole per il bene comune.

La regola non è sopra l’uomo. Le regole sono fatte a utilità dell’uomo. Questo vale anche per la legge ovviamente: se la legge non è funzionale diventa anti-umana.

Ma questo gioco, tutti insieme, non si può fare se ognuno di noi rinuncia alla propria responsabilità. Quindi non possiamo permetterci di essere pigri, infantili e farci dire dagli altri come stanno le cose perché significa un’abdicazione alla propria responsabilità. E di conseguenza significa non poter partecipare al gioco costruttivo dello stare insieme“.

Paolo Garello – Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia

Nel video qui sotto potete vedere l’intervento integrale:

Psicologia: una disciplina ancillare nella politica sanitaria, ma non nella realtà

In una sua recente lettera al Quotidiano della Sanità, il presidente del Cnop David Lazzari si dice deluso da come gli psicologi sono stati trattati alla Conferenza sulla Salute Mentale. Ecco l’articolo al quale mi riferisco: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=96738&fbclid=IwAR1kMKilI9BclamUYu4aRXgYJ95NL9AEkBtNVVOwy2kkgZdY-srhoaYXhYI

Benché egli abbia tutte le ragioni, vedo i fatti sotto un’altra angolazione:

oggi mi sento deluso dalla psicologia, dopo aver dedicato la maggior parte della mia vita alla stessa. Ritengo che oggi la psicologia abbia perso la sua autonomia: il peccato originale fu di rinunciarvi per entrare nel mondo certamente più ricco, ma non certo migliore, della sanità. Era evidente che i medici, almeno quelli che gestiscono il potere nel SSN, ci avrebbero accolto come loro sottoposti e che questa sottomissione, magari, ma non sempre, negata a parole, avrebbe portato solo ad apparenti benefici.

Sicuramente un danno è stato portato alla psicologia, ed è stato la perdita di interesse per la psicologia umanistica, esistenziale e del profondo, per convogliare l’attenzione ad una psicologa evidence based, tutta comportamento e neuroscienze, in sé ottima, almeno in certi ambiti, ma squilibrata verso quelli che Wilber chiama i “quadranti esteriori”: ciò che si può misurare rispetto a ciò che si può sentire, ciò che si vede rispetto a ciò che è, il manifesto rispetto a ciò che genera la manifestazione.

Ecco che sono gli stessi psicologi che oggi, purtroppo, hanno perso il contatto con l’interiorità, con l’anima, dato che se puntiamo tutto sull’evidenza misurabile, con quel ridicolo linguaggio che mima l’obiettività di una autopsia, parleremo sempre più della macchina e sempre meno del fantasma che la anima.

E’ venuta meno la grande psicologia degli inizi. Quando medici coraggiosi andarono ad esplorare un mondo sconosciuto, oggi psicologi insicuri fanno a gara per entrare nella terra piatta della medicina dell’evidenza.

Massimo Soldati – Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia.

..E la psicologia / psicoterapia rischia così di ridursi ad un pacchetto precostituito di tot sedute.

E il paziente, magari, si aspetta di risolvere un problema profondo in un tempo prestabilito e ricorre alla psicoterapia come ad un farmaco da prendere al bisogno, magari a periodi alterni o semplicemente quando il sintomo si va ad esacerbare. Al tempo stesso, può sentirsi incasellato in una cornice e in un protocollo (lo stesso adottato per gli altri pazienti) che limitano lo spazio di espressione e di riconoscimento della sua realtà profonda.

Perciò, il lavoro sulle dinamiche psicologiche profonde potrebbe rischiare in questo modo di ridursi a un mero lavoro sul sintomo; un sintomo che magari slitta da una dimensione all’altra, senza trovare riconoscimento del contenuto profondo e delle possibilità trasformative che và portando.

Se il regno dell’emotività e del sentire profondo si riducesse a criteri, incasellamenti, evidenze, si andrebbe a smarrire il senso e la complessità della dimensione che non solo si va esaminando, ma con la quale è necessario entrare in contatto per comprenderla, accogliendone e onorandone le incognite.

Elisa Molino – Psicologi per le Libre Scelte e la Deontologia

Quel giorno è arrivato

Oggi il tuo dolore è anche il mio sorella.

Non ti conosco, ma credo di sapere come ti senti.

Oggi la tua intimità è stata violata, la tua privacy, la tua autonomia, la tua possibilità di scegliere nel tuo privato, i confini della tua dignità di persona adulta e naturalmente libera: infranti.

Il potere su te stessa, fino a ieri un diritto naturale, da oggi ti è sottratto. 

Sanno già tutto. Quello che non sta a loro sapere di te.

Sei scoperta.

Sapevi che sarebbe arrivato questo momento.

Non trovi giustizia alla quale appellarti per l’abuso subito.

L’invasione ti entra dentro come ghiaccio nelle ossa. Dolore e rabbia congelati che non possono essere diretti verso chi ti ha procurato questo male. Con sgomento, osservi la perdita di umanità che ti circonda.

Possono toglierti tutto. Ma non sanno che la dignità non ha a che fare con i titoli, che con passione e diritto hai raggiunto, e non ha nemmeno a che fare con l’arrivare a fine mese economicamente. La dignità viene prima.

E la struttura di ciò che hai costruito e dei legami profondi che hai intessuto, resta. Con o senza titoli, con o senza certezze.

Forse, quella dignità che tu hai, loro non la conoscono.

Sono giorni di lotta e duro lavoro, che ti satura il cervello. Questo lavoro senza orari, gratuito, di salvaguardia della libertà, in questo momento va oltre a tutto. La pelle non si compra: punto.

Stai costruendo giorno per giorno, insieme ai tuoi fratelli e sorelle, i tasselli di nuove albe. Tu che, come molti altri intorno a te, non puoi essere pedina di un meccanismo di negazione di diritti umani.

Ti stai lasciando guidare, spogliandoti di tutto pur di restare in te e padrona di te, esponendoti a braccia aperte all’incognita di quel che verrà.

Chi si è sottoposto spontaneamente alla scelta dettata dall’alto, non conosce la lotta alla quale ti sei preparata e che stai combattendo con coscienza, costanza e sguardo vigile, tra sguardi che ignorano ed eseguono il mandato, uno solo.

Molti hanno smesso di sentire, si sono consegnati e marciano in una stessa direzione, non conoscono il peso dell’incoscienza.

Tu hai scelto di tenere gli occhi aperti e vedere l’orrore. Per restare dentro te stessa e restare cosciente, stai pagando il prezzo di sentire la violenza strisciante dell’abuso, sulla tua persona e sul tuo corpo. 

Per questo, ferita, non potrai che lottare per proteggerti, lottare per ciò che ti viene sottratto, per i tuoi diritti espropriati.

Oggi hai conosciuto il ricatto, in una forma che fino a poco tempo fa non credevi possibile. Spalle al muro, la tua voce e la tua individualità non sono contemplate.

Percepisci tutta la violenza di questa lettera: un annuncio di allontanamento dalla tua comunità, se non ti conformi. Ma non ti senti sbagliata o colpevole, per disobbedire al monito di essere uniforme. Per quanto in molti ci abbiano provato a farti sentire così.

Che questo gelo lasci spazio al fuoco che c’è in te. Che tu possa attraversare il buio, per trovare la luce.

Tieni viva la fiamma della tua voce, risuonerà in coro con la voce di ognuno di noi.

La strada è lunga. Ma tanti fratelli e sorelle lottano e continueranno a lottare con te.

Non sei sola.

Onora ogni giorno la fedeltà che porti a te stessa, dalla quale si sviluppa la trama della tua forza.

Continueremo a camminare insieme.

Non saranno certe costrizioni a fermarci, ma a fortificarci nelle intenzioni e a darci ulteriore conferma di quanto sia urgente salvaguardare libertà inviolabili e riconoscimento umano.

Il tuo sentire è parte del cuore pulsante di una comunità che non ha intenzione di arrestarsi.

Elisa M. – Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia

Stasera: gruppo AUTO-AIUTO per tutti i sanitari (Mercoledì 9 giugno)

Il gruppo di AUTO-AIUTO di stasera, mercoledì 9 giugno dalle 21 alle 22,30, è aperto a tutti i professionisti soggetti all’obbligo vaccinale.

Chi vuole partecipare è pregato di scrivere NOME, COGNOME, PROFESSIONE sulla seguente chat di iscrizione: https://t.me/joinchat/za3CYX9lBPRhZjA8

Nella chat verrà postato il link per partecipare. Ti aspettiamo!

GRUPPI AUTO-AIUTO, DI COSA SI TRATTA?

Rispetto al difficile periodo che stiamo vivendo, dove vediamo minacciata la nostra libertà di scelta e autodeterminazione, abbiamo predisposto uno spazio di incontro e condivisione tra pari che possa aiutarci a stare meglio, condividendo le nostre esperienze e i nostri stati d’animo. Ci accorgiamo di quanto sia fondamentale la presenza di luoghi dove la pluralità di voci, l’umanità e la libertà di espressione vengano salvaguardate, avendo cura del rispetto reciproco.

Non sei sola-o. Se senti l’esigenza di uno spazio di accoglienza come questo, ti invitiamo a partecipare!

Spostamenti e illusioni. Dalla paura del virus a quella del vaccino

Il dibattito sulla pandemia e le conseguenti restrizioni, si è spostato sulle cosiddette “vaccinazioni” e le conseguenze della loro sperimentazione su larga scala. 

Anche la paura ha subìto uno spostamento, dal virus alle sostanze “vaccinali” inoculate in modi più o meno forzosi. 

Lo spostamento della fonte di pericolo o di salvezza da un oggetto a un altro, può essere tanto più totalizzante e polarizzato quanto più si è mossi da paure ingestibili e fuori controllo (in questo caso, la paura della morte è alla base), con il rischio di occultare, a se stessi, parte della realtà e accrescere la confusione.

Ma quali sono gli aspetti che non consentono una lettura spassionata del fenomeno in atto?

Sembra che i “vaccini” restituiscano alla nostra società l’illusione di un controllo, in un momento di estrema vulnerabilità e smarrimento. Al numero dei presunti contagi e decessi si aggiunge quello finalmente incontrovertibile dei “vaccinati”. Come un miraggio di Fata Morgana, come la melodia del Flauto Magico, l’invito, anche forzoso, a vaccinarsi, sembra indicare un percorso salvifico che restituisce speranza, voglia di vivere, rinnovate energie, altrimenti perdute. Un’illusione le cui conseguenze ultime non smettono, però, di incutere timore, nel momento in cui si sposta il focus dalla paura del virus alle incongruenze di una cura rispetto alla quale iniziano a circolare via via notizie poco rassicuranti sugli effetti avversi, dei quali imprevedibilmente se ne fanno le spese. Intanto, continua la raccomandazione a questa cura, proposta come unica via per tutti, in maniera perentoria, inopportuna (pubblicizzata con feroci strategie di marketing, alla stregua di un prodotto da banco che ci si ritrova ovunque.. pure al bar), una cura caldeggiata con slogan che puntano sul buon costume più che su concrete informazioni scientifiche (se “fa figo”, allora sarà la scelta giusta!?). Una gestione talmente rispettosa e seria, nei confronti della popolazione, da far impallidire.

Sembra che continuino ad essere bypassati passaggi fondamentali e precauzioni, a favore di un’illusione di certezza che poggia su un letto di incognite ancora da scoprire e verificare. Che confusione!

In balìa di paura e confusione, si può far fatica a discernere il proprio sentire dai condizionamenti esterni e la speranza dall’illusione.

E’ fondamentale coltivare la speranza, come è fondamentale osservare e comprendere dove la propria speranza e fiducia vengono riposte. La speranza si distingue dall’illusione, che si presenta come una promessa salvifica e totalizzante, una fuga da realtà troppo gravose da sopportare; è proprio tagliando una fetta di realtà dal proprio campo visivo che l’illusione rischia di mettere in pericolo.

In tempi di grande allarme e destabilizzazione, è ben più alto il rischio di fuggire in soluzioni illusorie e di oscillare in spostamenti totalizzanti riguardo a determinate visioni della realtà, allontanandosi così non solo dal dolore, ma anche dal proprio equilibrio.

La fuga, per come ora ne stiamo parlando, è una reazione difensiva primaria, una reazione di sopravvivenza e, a seconda di come viene attuata, può anche costituire una difesa dissociativa, tra le più automatiche e primitive, in risposta alla paura e al trauma. La paura chiude, non permette di prendere in considerazione la varietà di fattori in gioco e contribuisce a innescare, appunto, reazioni difensive di sopravvivenza come attacco/fuga, congelamento, ecc.: reazioni difensive di sopravvivenza, non scelte basate su un sentire proprio e su una propria riflessione e valutazione.

Ci si potrebbe chiedere quanto le proprie azioni siano basate su scelte (mediate da un’attento ascolto di sé e da un’autonoma ricerca e valutazione di più fattori) oppure quanto siano reazioni innescate dalla paura e condizionate da pressioni psicologiche conformanti, che bloccano la capacità di soffermarsi e riflettere in maniera più integrata.

Se ci accorgiamo di fuggire da una certa realtà (di fronte alla cui evidenza restiamo increduli), con spostamenti totalizzanti e illusioni, ricordiamoci che abbiamo il potere di fermarci e prenderci il tempo di respirare e sentirci, per sospendere convinzioni scisse e a senso unico, a favore di una ricerca concreta delle fondamenta di ciò che viene proposto e che vediamo.

Se ci soffermiamo su di noi e ci sentiamo: qual’è l’entità delle nostre emozioni? Quanta paura potrebbe guidare le nostre azioni? E di ciò che viene proposto, torna tutto? O qualcosa non torna? E, in questo caso, che cosa? Se percepiamo delle incongruenze o delle contraddizioni, come ci fanno sentire?

Fermandoci, potremo percepire in fondo a noi, sotto la moltitudine di preoccupazioni e caos, il silenzio: un silenzio che attiva e riattiva la riflessione e la capacità di ponderare, valutare e districare il sentire dalle reazioni difensive automatiche, a favore di una verità e una scelta integrata.

In conclusione: se c’è paura e confusione, diamoci tempo, per maturare la NOSTRA verità e visione. Perché la realtà è complessa (è complessa anche adesso, per quanto venga proposta in maniera semplicizzata e unica).

Cinzia Tellarini e Elisa Molino, Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia.

E se il bene di tutti passasse dal peso della verità?

Negli ultimi tempi si sente e si legge: “dobbiamo convincere, dobbiamo persuadere“.

Convincere e persuadere possono significare: indurre le persone a fare delle scelte che magari non farebbero spontaneamente.

I termini, nel tempo, sembrano assumere connotazioni via via più aggressive: “dobbiamo stanare chi si oppone“, si è sentito dire negli ultimi giorni.

E via via ci si abitua al linguaggio, che rischia di diventare appunto: abituale. Chissà che effetto avrebbero fatto questi termini due anni fa, quando la padronanza su se stessi e sulle proprie scelte rispetto alla salute, era tutto sommato scontata e non messa assolutamente in discussione.

Quando c’è verità, chiarezza e trasparenza, la scelta è consapevole e davvero può trattarsi di una scelta etica. Anzi, di una Scelta.

Quando i criteri soddisfatti, al fine di scegliere, sono radicati nella realtà delle evidenze, la scelta può avere un significato e una motivazione tangibili, che si poggiano su fondamenta.

Se ci sono buoni motivi per fare una scelta (buoni motivi come sicurezza ed efficacia, per esempio), che bisogno ci sarebbe di convincere? Basterebbe esporre i dati di fatto.

Ma se il cavallo di battaglia è convincere e persuadere (senza citare altri termini spiacevoli), la scelta può rischiare di essere “venduta” a buon mercato, ossia si rischia di non scegliere ma di lasciarsi scegliere, di demandare alla scelta d’altri: meno fatica, più riduzione del proprio spazio di comprensione e di movimento. Ci si può trovare allora in una riduttività che rende tutto apparentemente più semplice. Una riduttività che investe la persona e il corpo, considerato alla stregua di oggetto: l’oggetto di una massiccia campagna di marketing (sembra quasi).

Allora la propria importante scelta viene messa al livello di un viaggio all’estero, a volte di un semplice caffè o bibita, o viene caldamente consigliata nella cornice di un open-day come traguardo al termine del percorso di studi. Qui non si tratta di essere con o contro una scelta, ma si tratta di darle il valore e il rispetto che merita, garantendo il rispetto di ognuno.

Sono curiose le modalità con le quali si convince e si persuade. Siamo giunti a una mercificazione che sembra investire non solo più gli oggetti, ma anche i soggetti e le loro istanze personali. Alcuni confini fondamentali che fino a ieri erano scontati, oggi vengono drammaticamente varcati.

Convincere e persuadere sono termini che hanno a che fare con la manipolazione e l’abuso psicologico, che presentano molteplici sfaccettature, tra le quali: far leva su determinate emozioni e fragilità dell’altro, per indurlo ad aderire a scelte che non è detto gli appartengano; espropriare il soggetto della possibilità di fare una scelta autonoma, incondizionata e non viziata, andando così a disconoscere la sua adultità. Si invadono i confini che preservano l’autonomia dell’altro, in quanto soggetto, adulto e in grado di autodirigersi.

Come si può predicare il bene invadendo il confine dell’altro, inducendolo, fino a costringerlo più o meno subdolamente o inserendogli convinzioni proprie attraverso un’opera di convincimento/adescamento?

Sottinteso, ma non troppo, potrebbe essere il messaggio:

Per il bene di tutti, prima di ascoltare te stesso ascolta ciò che ti dico io e fallo tuo“.

Ricorda vagamente la famosa frase “non avrai altro Dio all’infuori di me“, dal momento che, inoltre, la possibilità di un contraddittorio sembra poco contemplata, guardandosi intorno.

Questo è davvero il bene di tutti?

Eppure, nella frase stessa “il bene di tutti” è insita la pluralità, che ora sembra venire meno.

Il bene di tutti… Se proprio vogliamo ridurre il discorso a una questione di bene e male:

il bene può essere inteso come completezza e unità, che si differenziano da scissione e negazione, in quanto abbraccia la vita, nelle sue molteplici espressioni: l’accettazione e l’accoglienza fanno bene.

Trasparenza, verità, ascolto e riconoscimento della realtà fanno bene. In questo riconoscimento sta anche l’ammissione del male insito in determinate circostanze. Se chiudiamo gli occhi di fronte al male che ci può essere, ossia di fronte ai potenziali pericoli e danni di una situazione, forse non stiamo facendo davvero del bene. Ma semplicemente, quello che chiamiamo bene potrebbe essere cecità, scissione, negazione, fino a possibile dissociazione da realtà scomode e spaventose; e qui torniamo alla riduzione e semplificazione della vita, come esito di questo atteggiamento. Un atteggiamento pericoloso, perché per fare del bene occorre riconoscere la realtà, mettere le mani nella verità, anziché aderire a un dogma.

Per fare del bene ci può volere coraggio; il coraggio di restare vivi, presenti, radicati e anche umili, per poter tollerare una realtà complessa.

Il bene non occorre ostentarlo, tantomeno imporlo. Lo si può mostrare, per esempio, diffondendo con umiltà il sapere, con il fine di diffondere consapevolezza. Conoscere e sapere può spaventare, ma rende liberi e salvaguarda l’autonomia.

Se una scelta fa bene, non c’è bisogno di usare termini convincenti al posto di altri per indurla.

Il bene è vero se è spontaneo, non indotto o costretto.

Fare del bene si riscontra per esempio in un aiuto concreto, che non si pone in antitesi ad altre forme di bene, altre forme di aiuto, che muovono verso la stessa causa. Nel bene, c’è convivenza.

C’è del bene nella capacità di relazione, confronto e nel dialogo tra più istanze, nella considerazione dei bisogni, dei punti di vista e del sapere dell’altro, a favore di un arricchimento complessivo che può giovare a tutti.

C’è del bene nella complessità, nella libertà, nella coerenza, nell’armonia.

Attenzione al rischio di mercificare e strumentalizzare il bene, il corpo e la libertà, perché si rischia di entrare nel territorio dell’abuso: abuso psicologico e abuso di potere. È fondamentale coltivare la possibilità e il diritto di restare persone, soggetti che si possono sottrarre a fenomeni di mercificazione e strumentalizzazione.

E l’abuso non è bene, ma anzi, oltre alle ripercussioni e agli aspetti traumatici che potrebbero passare subdolamente sotto traccia per lungo tempo, contribuisce al deterioramento della capacità e della possibilità di essere autonomi, di sapersi proteggere e salvaguardare.

Una scelta può far bene quando passa dalla valutazione della realtà nella sua complessità. Osservare, riflettere, valutare, cercare un contraddittorio e approfondire la propria conoscenza integrale, richiede coraggio, ma conferisce radicamento in se stessi e nella propria identità. Non priviamoci della possibilità di Scegliere, in quanto Soggetti delle nostre scelte.

Elisa Molino – Psicologi per le Libere Scelte e la Deontologia

Quella lettera agli Ordini senza risposta

Siamo un folto gruppo di più di 300 psicologi, iscritti ad Ordini regionali di tutta Italia. Interrogandoci sul discutibile obbligo vaccinale abbiamo chiesto ai nostri Ordini come conciliare l’imposizione dell’obbligatorietà prescritta dal Governo, con la nostra etica e le disposizioni deontologiche inerenti la professione.

L’inaspettata indifferenza mostrata dai nostri rappresentanti istituzionali, attraverso la mancata risposta agli interrogativi cui li abbiamo sottoposti, sembra evidenziare una forte incoerenza con il ruolo che ricoprono.

Giunti a questo epilogo, sospeso in una mancata risposta, siamo pronti a rendere pubblico questo nostro documento, affinché possa trovare interlocutori e attivare confronti. Ci auguriamo soprattutto di coinvolgere i colleghi in una profonda riflessione sulla libertà degli individui di scegliere e autodeterminarsi e sul nostro ruolo di psicologi, deontologicamente definito, sempre e comunque nel rispetto delle autonomie individuali.

Ecco la nostra lettera agli Ordini:

Il presente comunicato, che porta la firma di 326 colleghi psicologi, ha la finalità di portare formalmente alla Vostra attenzione alcune riflessioni che questi colleghi hanno sviluppato relativamente al ruolo della nostra, e Vostra, professione in riferimento a quanto disposto con il recente DL 44/2021.
La premessa, doverosa, è che ci appare evidente che i Presidenti degli Ordini non avrebbero potuto fare altrimenti, se non adeguarsi al decreto legge, così come è intuitivo che sia, e così come, ove servisse, è anche precisato in una pronuncia del T.A.R. del Lazio (n. 13020/2015), in cui ci si riferisce agli Ordini in qualità di “(…) Ente pubblico – l’Ordine – che vigila e governa tale comunità alla luce delle norme dello Stato e attraverso uno specifico Codice Deontologico”).
Ci appare altrettanto evidente, tuttavia, che i Presidenti, in qualità di rappresentanti ufficiali della categoria professionale e della professione stessa, avrebbero potuto assumere posizioni non certo contrarie al DL, tuttavia rispettose dei loro iscritti e delle loro istanze, tutte, ma anche e soprattutto del Codice Deontologico, evidenziando, così come a breve andremo a fare, come il decreto legge summenzionato lo violi e costringa tutti i professionisti psicologi a violarlo.
È la citata sentenza della giustizia amministrativa della Regione Lazio, infatti, a sottolineare come “il disagio psichico sia un’area di competenza della figura professionale dello psicologo, la cui attività professionale non si concretizza soltanto nella sfera della psicopatologia, ma anche e soprattutto nella sfera del benessere psicologico di individui, gruppi e comunità in tutti i contesti ove interviene” (p. 77 – Il nuovo codice deontologico degli psicologi, Giuffrè Editore, 2018).
È a questo che ci sentiamo chiamati. È a questo che ci chiama il nostro Codice Dentologico.
È da questo che partiamo per sostenere – e non potremmo fare altrimenti in qualità di professionisti psicologi – l’importanza della tutela delle libere scelte, dell’autodeterminazione e dell’autonomia dell’individuo.
Partiamo dal nostro Codice Deontologico, la nostra bussola orientativa, e dal suo art. 4, che ci impone di rispettare la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione, e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle nostre prestazioni, rispettando opinioni e credenze, astenendoci dall’imporre il nostro sistema di valori, senza operare discriminazioni.
Sappiamo che la condotta prevista dall’art. 4 C.D., così come ben ricordato dalla Decisione del 13.1.2011 dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (confermata con provvedimento del Tribunale di Milano, Sez. V Civile, Sent. n. 2169/2012) “deve illuminare tutto l’operato dello psicologo, il quale deve prestare particolare attenzione al rischio, insito in una professione d’aiuto quale quella psicologica, di ergersi a
giudice del destino altrui e lasciare che le proprie convinzioni ed i propri vissuti emotivi lo condizionino fino a spingerlo a decidere chi, come e “quanto” curare
”.
Ci sembra francamente ridondante citare in questo contesto gli articoli del Codice Deontologico, considerato che i destinatari ne applicano le norme in qualità di colleghi e ne rappresentano formalmente i garanti in qualità di Presidenti degli Ordini.
Ci sembra tuttavia importante farlo, se ciò può riportarci su una strada che, oggi, ci sembra smarrita: la strada intrapresa decidendo di esercitare questa professione, in osservanza di quella legge del 1989 che ci ha permesso di esistere e che ha definito i limiti, o meglio gli ambiti, del nostro lavoro: persona, gruppo, organismi sociali, comunità. Non possiamo pertanto esimerci dal proporre una riflessione relativa a quanto sta accadendo, sentendo l’esigenza professionale e il richiamo deontologico di ridefinirlo in riferimento agli ambiti del nostro operare.
Ci sembra doveroso interrogarci su come una coercizione, perché di questo si tratta, impatti sulla vita dei singoli e delle comunità e lo facciamo partendo dal presupposto che qualunque coercizione è in contrasto con i nostri principi deontologici summenzionati, che prevedono l’accettazione e l’inclusione incondizionata.

Perché?
Perché la coercizione, l’imposizione, la negazione di una dialettica, creano disagio.
Perché sappiamo che un trattamento imposto in maniera coercitiva determina resistenze, che a loro volta abbassano la possibilità di una serena adesione al trattamento stesso.
Non possiamo non considerare, come psicologi, l’impatto che tale coercizione ha sulla salute pubblica e sul benessere psicofisico, e sulle conseguenze che determina, a livello personale e professionale. Sono rischi che rientrano a pieno titolo in quel rapporto con i benefici di cui oggi si sente tanto parlare.
Sono molti i colleghi sanitari che in questi giorni hanno manifestato sintomatologie reattive, anche invalidanti. Sono molti quelli che non riescono più a mantenere concentrazione sul posto di lavoro.
Sono molti quelli che si chiedono come potranno gestire una relazione di cura all’interno della quale si sarà insinuato un presupposto insanabile: salvaguardare e spronare l’autodeterminazione di un paziente quando il curante stesso ha agito in contrasto con essa.
E ancora: come sarà possibile tutelare la fiducia di un rapporto con il curante, sapendo che è stato costretto a una decisione contraria al suo diritto di autodeterminazione per poter essere ammesso allo svolgimento del suo lavoro? Come si porrà nei confronti della sua attività lavorativa?
Siamo psicologi. È deontologicamente obbligatorio per noi porci simili interrogativi e stimolare il pensiero critico su questi temi.
Non possiamo pensare di ritrovarci, un domani, accusati di aver mancato a una simile riflessione, necessaria, doverosa, deontologicamente insopprimibile, dovuta alla comunità e alla collettività.
Auspicavamo che i Presidenti destinatari di questo scritto avrebbero veicolato questi messaggi, ponendosi in ottica critica non già rispetto al DL 44/2021, quanto piuttosto rispetto alle conseguenze della normativa, ponendosi in dimensione consulenziale e supportiva in una decisione così complessa, con tali e tanti fattori in gioco.
Ci troviamo quindi a doverci misurare con qualcosa che, per sua natura, contrasta con i principi che sono la guida del nostro agire.
Ci troviamo ad essere sottoposti a qualcosa che è in contrasto con la nostra forma mentis professionale. Ci troviamo a prendere atto del silenzio dei nostri rappresentanti su temi così intimamente connessi al nostro mandato professionale. Ci troviamo, parallelamente, ad ascoltare messaggi istituzionali che non sentiamo appartenerci, a leggere dichiarazioni che non ci rappresentano, a vederci attribuiti pensieri e vissuti che non corrispondono ai nostri.
Siamo psicologi. Ci rivolgiamo a voi in quanto “l’Ordine di appartenenza (…) è lo strumento istituzionale al quale l’iscritto può, e deve, ricorrere laddove egli debba operare in assenza di condizioni di lavoro che permettano il rispetto delle regole del presente Codice” (p. 63 – ibidem).
Abbiamo bisogno di ristabilire, con i destinatari di questo comunicato, una dimensione dialettica da cui oggi ci sentiamo estromessi, e che auspichiamo possa ricostituirsi in nome di quei principi fondanti la nostra professione che devono, senza deroghe, ispirare le nostre condotte.
È ancora tempo per chiedervi di accogliere quanto espresso in questa comunicazione e valorizzare davvero il contributo che la Psicologia può dare alla società e alle scelte che il governo si appresta a compiere.
Crediamo che l’obiettivo dei nostri rappresentanti possa essere quello di valorizzare la nostra professione, portando il punto di vista della nostra deontologia ai tavoli istituzionali.
La voce della Psicologia, disciplina sanitaria, può offrire un punto di vista differente e complementare alle altre visioni sulla gestione dell’emergenza socio-sanitaria.
Confidiamo che possa essere utile per i legislatori ascoltare tutte le parti in causa, che saranno in grado di fare sentire la loro voce autentica e deontologicamente ispirata, per trarre il meglio da ciascuna di esse, per il fine unico e comune: il bene della nostra comunità.

Prossimo gruppo auto-aiuto per psicologi: martedì 1 giugno

Piccola premessa: poco per volta attiveremo anche gruppi di auto-aiuto per altri professionisti (non solo psicologi e non solo professionisti sanitari, dal momento che sono tante le persone che sentono l’esigenza di uno spazio di ascolto). Vi teniamo aggiornati!

IL PROSSIMO INCONTRO DI GRUPPO AUTO-AIUTO PER PSICOLOGI SI TERRA’ MARTEDÌ 1 GIUGNO DALLE 21 ALLA 22,30 SU PIATTAFORMA ZOOM. Per aderire, entra nel gruppo telegram e scrivi il tuo nome e cognome + “ci sono martedì 1”: https://t.me/joinchat/YscXVBs2IwUyZTM0

Sulla pagina del gruppo verrà postato il link per partecipare. Ti aspettiamo!

GRUPPI AUTO-AIUTO, DI COSA SI TRATTA?

Rispetto al difficile periodo che stiamo vivendo, dove vediamo minacciata la nostra libertà di scelta e autodeterminazione, abbiamo predisposto uno spazio di incontro e condivisione tra pari che possa aiutarci a stare meglio, condividendo le nostre esperienze e i nostri stati d’animo. Ci accorgiamo di quanto sia fondamentale la presenza di luoghi dove la pluralità di voci, l’umanità e la libertà di espressione vengano salvaguardate, avendo cura del rispetto reciproco.

Presa di distanza dalle dichiarazioni del Presidente dell’Ordine degli Psicologi del FVG rispetto a campagna vaccinale

Ci troviamo costretti a prendere immediatamente le distanze da quanto dichiarato dal Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia, Dott. Roberto Calvani, rilasciate su udinetoday.it (link dell’articolo https://www.udinetoday.it/scuola/ordine-psicologi-fvg-scuola-aperta-estate-18-maggio-2021.html).

Riportiamo di seguito uno stralcio dell’articolo:

“Fra le tematiche oggetto degli interventi degli esperti c’è inevitabilmente anche la sfida vaccinale (proprio in estate si aprirà la possibilità anche per gli adolescenti di aderire alla proposta di copertura vaccinale) con attività quindi di persuasione e di incentivo alla campagna in corso che potrebbe ricevere in Friuli-Venezia Giulia un’accelerata anche grazie al ruolo specifico che potranno esercitare gli psicologi chiamati ad operare nel Piano Estate Scuola. Con attività mirate – conclude il Presidente – potremmo contribuire a far raggiungere l’immunità di gregge in FVG e contrastare le fake news e le attività costanti dei movimenti no-vax”.

Consideriamo queste dichiarazioni lesive dell’immagine della nostra professione e deontologicamente aberranti.

Noi NON siamo chiamati ad attività di persuasione e convincimento delle persone.

Noi NON siamo chiamati ad attuare “opere mirate” per “contribuire a far raggiungere l’immunità di gregge”.

Noi NON siamo chiamati a “contrastare le fake news e le attività costanti dei movimenti no-vax”.

Noi NON siamo chiamati a nulla di tutto ciò, e non ci capacitiamo di come il Presidente di un Ordine Professionale possa permettersi di violare, così apertamente, quanto previsto dal nostro Codice Deontologico.

NOI CONOSCIAMO I NOSTRI DOVERI PROFESSIONALI:

Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità.

In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua e efficace.

Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto, deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.

Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze” – art. 3 Codice Deontologico.

NOI SIAMO CHIAMATI ALLA TUTELA DELL’AUTODETERMINAZIONE DELL’INDIVIDUO E AL SUO RISPETTO:

Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni: ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori (…)” – art. 4 Codice Deontologico.

NOI SIAMO CHIAMATI A RIFIUTARCI DI COLLABORARE A INIZIATIVE CHE LEDANO TALI PRINCIPI:

Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi e rifiuta la sua collaborazione a iniziative lesive degli stessi” – art. 4 – Codice Deontologico

Tale condotta, come ben ricordato dalla Decisione del 13.1.2011 dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (confermata con provvedimento del Tribunale di Milano, Sez. V Civile, Sent. n. 2169/2012) “deve illuminare tutto l’operato dello psicologo, il quale deve prestare particolare attenzione al rischio, insito in una professione d’aiuto quale quella psicologica, di ergersi a giudice del destino altrui e lasciare che le proprie convinzioni ed i propri vissuti emotivi lo condizionino fino a spingerlo a decidere chi, come e “quanto” curare”.

Lo sgomento e l’incredulità di fronte alla lettura delle dichiarazioni rese dal collega sono indescrivibili.

Il presente comunicato è solo il primo passo, doveroso e imprescindibile.

Valuteremo la possibilità di procedere con segnalazioni ufficiali agli organi competenti.