Il nostro MANIFESTO

Siamo un gruppo di psicologi e psicoterapeuti. Riconosciamo la valenza fondamentale del nostro Codice Deontologico, in contrasto con qualsiasi forma di coercizione morale, psicologica e fisica. Per cui, ci sentiamo chiamati a sostenere la tutela dell’autonomia, della libertà di scelta e l’autodeterminazione nostra e dei nostri clienti. I presupposti della nostra professione ci ricordano che non possiamo moralmente avallare qualsiasi violazione dei limiti del corpo e della mente. Il nostro compito è quello di salvaguardare e fortificare l’identità e la salute psicologica degli individui, promuovendo la libertà di espressione e di pensiero, nel rispetto reciproco.

In seguito al DL 44/2021, in relazione alla nostra professione, ci sentiamo moralmente tenuti a difendere i valori fondamentali del nostro Codice Deontologico. Non possiamo quindi adeguarci ad alcuna legge che violi questi confini.

In particolare, ricordiamo e riconosciamo l’art. 4 del nostro Codice, che ci impone di rispettare la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle nostre prestazioni, rispettando opinioni e credenze, astenendoci dall’imporre il nostro sistema di valori, senza operare discriminazioni.

Sappiamo che la condotta prevista dall’art. 4 C.D., così come ben ricordato dalla decisione del 13.01.2011 dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (confermata con provvedimento del Tribunale di Milano, Sez. V Civile, Sent. n. 2169/2012) “deve illuminare tutto l’operato dello psicologo, il quale deve prestare particolare attenzione al rischio, insito in una professione d’aiuto quale quella psicologica, di ergersi a giudice del destino altrui e lasciare che le proprie convinzioni ed i propri vissuti emotivi lo condizionino fino a spingerlo a decidere chi, come e quanto curare“.

Crediamo sia importante citare questo articolo, qualora ci possa riportare su una strada che sembra essere oggi smarrita, per molti. Non possiamo pertanto esimerci dal proporre una riflessione relativa a quanto sta accadendo, sentendo l’esigenza professionale e il richiamo deontologico di ridefinirlo, in riferimento agli ambiti del nostro operare.

Riconosciamo quindi l’inviolabilità della “sovranità” personale su se stessi, sul proprio corpo e sulla propria mente, facendo inoltre appello alla salvaguardia dei valori e delle libertà costituzionali, che sono stati conquistati con il sangue dei nostri antenati.

Ci sembra doveroso interrogarci su come una coercizione impatti sulla vita dei singoli e delle comunità. E lo facciamo partendo dal presupposto che qualunque coercizione è in contrasto con i nostri principi deontologici summenzionati, che prevedono l’accettazione e l’inclusione incondizionata.

Non possiamo non considerare, come psicologi, l’impatto che tale coercizione ha sulla salute pubblica e sul benessere psicofisico e sulle conseguenze che determina, a livello personale e professionale.

Sono molti i colleghi che si chiedono come potranno gestire una relazione di cura all’interno della quale si sarà insinuato un presupposto insanabile: salvaguardare e spronare l’autodeterminazione di un cliente, quando il curante stesso ha agito in contrasto con essa.

E ancora: come sarà possibile tutelare la fiducia di un rapporto con il curante, sapendo che è stato costretto a una decisione contraria al suo diritto di autodeterminazione, per poter essere ammesso allo svolgimento del suo lavoro?

È deontologicamente obbligatorio, per noi psicologi, porci simili interrogativi e stimolare il pensiero critico su questi temi. Non possiamo pensare di ritrovarci, un domani, accusati di aver mancato a una simile riflessione, necessaria, doverosa, deontologicamente insopprimibile, dovuta alla comunità e alla collettività.

Ci troviamo ad ascoltare messaggi istituzionali che non sentiamo appartenerci, a leggere dichiarazioni che non ci rappresentano, a vederci attribuiti pensieri e vissuti che non corrispondono ai nostri.

Sentiamo il bisogno di ristabilire una dimensione dialogica, da cui oggi ci sentiamo estromessi e dalla quale vediamo estromesse molte persone; una dimensione che auspichiamo possa ricostituirsi, a livello collettivo, e che abbiamo intenzione di promuovere. D’altronde, questo fa parte del contributo che la psicologia può dare alla società.

Intendiamo promuovere la libertà di scegliere responsabilmente: libertà e responsabilità rischiano di diventare, in questo momento, due concetti antitetici. Mentre invece, è dalla loro preziosa sinergia e dalla loro integrazione che, con fiducia, può prendere avvio un profondo senso di responsabilità collettiva. Anche il diritto individuale viene oggi contrapposto a quello sociale, quando dovrebbe essere integrato e saggiamente contemperato, non infrangendo confini che mai prima di oggi si sarebbe pensato potessero essere violati dopo la sconfitta dei totalitarismi novecenteschi e la creazione della Repubblica. E la pluralità delle voci scientifiche non trova una par condicio, nel momento in cui i media e le istituzioni sembrano parlare con una sola voce e preoccupantemente non solo dimenticarne, ma attivamente cancellarne, distorcerne o ridicolizzarne altre secondo meccanismi di cui qualsiasi psicologo è, o dovrebbe, essere consapevole.

La creazione di questo blog è guidata da queste nostre istanze: ci proponiamo di coltivare qui uno spazio di riflessione, ascolto, consapevolezza, libertà, sincera responsabilità, promuovendo il contatto con se stessi e il radicamento, per la tutela del benessere psico-fisico, dell’identità, della “sovranità psicologica” su di sé e del senso critico. Uno spazio dove la pluralità e il confronto non fanno paura, ma possono arricchirci, gli uni con gli altri.

Nel blog troverai anche le nostre proposte di servizi, eventi e sondaggi (man mano che andremo a realizzarli), se vorrai partecipare.

Ci auguriamo che questo possa diventare uno spazio interattivo, un tassello attraverso il quale fare rete e dialogare.



Contatti

psicologi.liberescelte@gmail.com

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